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FIANDRE: IL GIRO, L'ARTE E IL TURISMO NELLA PATRIA DEL CICLISMO "VERO"


Le Fiandre sono regione del Belgio situata a nord di Bruxelles. Terra di pittori, di birre e della corsa ciclistica che le attraversa: il giro delle Fiandre, Ronde van Vlaanderen in fiammingo, uno degli eventi più attesi dell’anno per chi segue il ciclismo e per chi sta in Belgio.


Il Giro delle Fiandre esiste da più di un secolo. Se lo inventò nel 1913 il giornalista, indipendentista fiammingo ed ex ciclista Karel van Wijnendaele. Come successe per il Giro d’Italia e il Tour de France, van Wijnendaele organizzò il primo Giro delle Fiandre per fare pubblicità al suo giornale sportivo in fiammingo, lo Sportwereld.

È una corsa di un giorno – la prima domenica di aprile, anche quando capita che quel giorno sia Pasqua – ed è una delle cinque cosiddette classiche monumento del ciclismo. Sono le corse con più storia, le più difficili e le più peculiari: alcune per le loro salite, altre per le loro strade. Il Giro delle Fiandre lo è per entrambe le cose: il suo percorso prevede infatti di passare da muri – termine che nel ciclismo indica le salite brevi su strade strette e ripide – di pavé, un insieme di pietre irregolari che rendono molto più complesso manovrare una bicicletta da corsa.


Nella seconda metà dell’Ottocento e all’inizio del Novecento, il periodo in cui le biciclette diventarono quello che sono oggi e il loro uso si diffuse, le Fiandre erano più povere e bistrattate della Vallonia, la parte francofona del Belgio, e tra le due regioni c’era una certa rivalità. Riguardava anche la nuova passione per le bici, al punto che fu coniata un’espressione, wielerflamingantisme, per il concetto di “indipendentismo ciclistico”. La Vallonia aveva una sua corsa, la Liegi-Bastogne-Liegi, fin dal 1892: le Fiandre arrivarono ad averne una, grazie all’impegno di van Wijnendaele, solo vent’anni dopo. L’inizio fu difficile – alla prima edizione partirono in 37 e dopo 12 ore arrivarono in 16 – ma in breve il Giro delle Fiandre si fece notare come una delle gare ciclistiche più affascinanti e complicate.

Il merito è soprattutto dell’orografia delle Fiandre, cioè della forma e della disposizione dei suoi rilievi e collinette, e del modo in cui furono costruite le strade della regione. Le strade fecero la loro parte perché spesso ripide e fatte di cubetti di pietra ricavati dal porfido o dal granito, il pavé appunto. Fu scelto indipendentemente dalle esigenze dei ciclisti e della corsa – all’epoca della costruzione delle strade del Giro delle Fiandre i cubetti di porfido e granito erano un materiale più economico dell’asfalto – ma ne hanno definito il carattere. Per chi segue il ciclismo, quelle strade in salita sono i muri delle Fiandre. Ogni anno nel Giro delle Fiandre ce ne sono quasi venti, da affrontare in ordine sempre diverso, ma alcuni sono più famosi di altri.

Il più difficile di tutti è il Koppenberg: arriva a una pendenza superiore al 20 per cento, ha pietre particolarmente grezze e spesso molti corridori devono mettere il piede a terra. Tra quelli che, nella storia, hanno messo il piede a terra c’è anche il ciclista considerato da molti il più forte di sempre: il belga (nato nelle Fiandre) Eddy Merckx, vincitore di cinque Tour de France, cinque Giri d’Italia, una Vuelta di Spagna, tre campionati del mondo su strada e decine di classiche.

Un altro muro molto famoso è l’Oude Kwaremont, lungo più di due chilometri, quasi tutti in pavé. Per il Giro delle Fiandre a bordo strada vengono allestiti appositi spalti, con biglietti a pagamento. Si pensa che il nome Kwaremont derivi dalla parola olandese kwade, che significa “cattiva” e dalla parola francese remonte, che significa “salita”. Da quelle parti fanno anche una birra omonima, che come gradazione ha la pendenza media del muro. Ancora più famoso è il Kapelmuur: così famoso che in molti lo chiamano anche solo “Muur”. È molto fotogenico, grazie alla chiesetta in cima, ma anche molto ripido. Il più giovane tra gli storici muri del Giro delle Fiandre invece è il Paterberg: è lungo 300 metri tutti in pavé, con pendenza media oltre il 12 per cento e massima oltre il 20.

Molte corse in bici spesso si risolvono negli ultimi chilometri, dopo che gran parte del gruppo ha pedalato compatto. Grazie ai muri, al Giro delle Fiandre non è quasi mai così: di recente è stato vinto anche con attacchi sull’Oude Kwaremont a più di cinquanta chilometri dall’arrivo e chi lo vuole vincere deve stare molto attento a non cadere, a non farsi trovare solo in mezzo al vento o a perdere le posizioni di testa, che per via delle curve continue e della carreggiata stretta sono poche e molto ambite. Un corridore che vuole vincere il Giro delle Fiandre deve fare una gran fatica per non distrarsi mai e per decidere in ogni momento cosa fare. Ma oltre che una prova di resistenza fisica – nel 2019 la corsa sarà lunga 267 chilometri – il Giro delle Fiandre richiede anche un grande sforzo mentale. È necessario saper limare le proprie energie, evitare sforzi inutili e farsi trovare pronti quando serve: magari sull’ultima salita, magari a 70 chilometri dall’arrivo. Non è un caso che il Giro delle Fiandre sia l’unica classica monumento che nessuno mai è riuscito a vincere per più di tre volte.


I fiamminghi dicono che chi sa correre, e possibilmente vincere, il loro giro sia un flandrien. Un ciclista (o una ciclista, perché esiste anche la corsa femminile) in grado di resistere alle strade delle Fiandre e, se possibile, di vincere il Giro. Per essere flandrien non è però necessario essere fiammingo: può diventare flandrien anche un belga vallone, o un italiano. Per citare un famoso quadro fiammingo, bisogna «legare il diavolo con un cuscino» ma anche evitare di «mettere una campanella al gatto». Non far capire agli altri quasi 200 corridori il proprio piano di gara. Ogni corridore che corre per vincere ne ha uno, ma come disse Tom Boonen, che il Giro delle Fiandre lo vinse tre volte: «Non ricordo un solo anno in cui un piano abbia funzionato. Un piano dura al massimo cinque minuti». Perché il Giro delle Fiandre per un corridore è, come disse un anno fa Vincenzo Nibali, «una lavatrice».

Chi ama le biciclette può, oltre ad assistere alle corse, anche andare in giro su due ruote da sé. In generale, per gli appassionati di ciclismo e biciclette le Fiandre vanno bene sempre, anche se meglio quando non fa troppo freddo. Perché per storia e territorio, lassù ci sono poche macchine, belle strade e tante piste ciclabili.

Il problema, nelle Fiandre, non è trovare un percorso ciclabile: è scegliere quale fare (e non sbagliare strada ai numerosi nodi, gli incroci tra diverse ciclovie). Esistono percorsi a lunga distanza, per chi ha le gambe giuste e diversi giorni di tempo, e molti itinerari tematici tra cui scegliere, sul ciclismo e la sua storia o sulle Fiandre e la loro arte. In bicicletta si può ad esempio scegliere di visitare il Centro della Ronde Van Vlaanderen di Oudenaarde e il museo del ciclismo Koers di Roeselare, magari alloggiando nelle tante strutture “Bed and bike” o visitando anche lo Sven Nys cycling centre. Oppure, visto che quest’anno ne sentirete parlare, fare in bicicletta il percorso di 45 chilometri dedicato all’artista Pieter Bruegel il Vecchio, attraverso i paesaggi che dipinse.

Bruegel il Vecchio (chiamato così per distinguerlo da uno dei figli, pittore come lui) morì 450 anni fa, e di biciclette non ne dipinse, per il semplice fatto che non erano ancora state inventate ai suoi tempi. È però certo che si interessò di sport – il curling, ad esempio – e che si differenziò dagli altri “maestri fiamminghi” perché dipinse paesaggi, piazze, mercati e feste: scene quotidiane, umili e contadine, ma spesso allegre. Non è quindi azzardato pensare che se ci fosse stato il ciclismo allora, o Bruegel oggi, ci sarebbero delle biciclette, o dei tifosi di ciclismo, da qualche parte tra i suoi quadri.

Lo sostiene, tra gli altri, Paul Maunder, che ne ha scritto sul sito di ciclismo Peloton: «Bruegel non seppe mai cos’era una bicicletta, figuratevi una corsa di biciclette. Ma se fosse vivo oggi penso sarebbe sul Paterberg, a guardare i tifosi, a immergersi in quella realtà». Concorda anche Manfred Sellink, direttore del Museo Reale di belle arti di Anversa e uno dei più grandi esperti al mondo di Bruegel: «È molto probabile che si sarebbe interessato di ciclismo, ma avrebbe provato a cercare altri livelli, a fare domande più che a dare risposte».







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